Le vigne nel cielo del Domaine de Beudon
Sulle etichette del Domaine de Beudon si legge Les vignes dans le ciel. Il cielo è quello del Vallese, cantone elvetico, paradiso degli sciatori e soprattutto culla del Rodano, che scaturisce dall’omonimo ghiacciaio. Approssimandosi a Fully, il fiume piega bruscamente verso Nord-Ovest; qui, sulla riva destra tra Martigny e Saillon, si trovano il villaggio di Beudon e l’azienda di Jacques e Marion Granges.
Il patrimonio vitato del Vallese consta di circa 5000 ha sulla riva destra del Rodano, a un’altitudine variabile tra i 450 e gli 800 metri, con picchi oltre i 1000. La complessa conformazione del suolo risulta da formazioni sedimentarie del Giurassico ricoperte da accumuli (i c.d. eboulis) di clasti del Quaternario, variabili per spessore e per diversità dei componenti rocciosi, sabbiosi e terrosi, nonché per origine eolica (loess) o morenica. Ricerche e reperti indicano che la viticoltura ha tradizioni locali antichissime, risalenti al VI Sec. a.C. Il vigneto è tipicamente ordinato in terrazzamenti ricavati lungo il corso del fiume, con pendenze spesso proibitive: il Domaine de Beudon, ad esempio, è raggiungibile solo a piedi o mediante una piccola teleferica privata. Un tempo, i muri a secco eretti a sostegno dei terrazzamenti si estendevano per migliaia di chilometri. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, essi furono in massima parte rimpiazzati da muri in cemento o mattoni, più facili da costruire e conservare. Alcuni vignaioli, tra questi i Granges, hanno avviato l’opera di recupero dei manufatti a secco. Caratteristico della zona è anche il frazionamento della proprietà: si contano infatti 100.000 parcelle e circa 22.000 viticoltori.
Le estati sono calde e favoriscono lo sviluppo di una vegetazione quasi mediterranea. Le temperature si mantengono miti nel corso dell’autunno e il Föhn, spirando da Sud, riscalda l’aria, attenua il rischio di gelate e accelera la maturazione delle uve. Le montagne, infine, riparano la zona dalle precipitazioni frequenti e determinano un clima relativamente secco, con il minimo livello medio dipiovosità nella Confederazione Elvetica. In alcuni contesti, tuttavia, si creano condizioni propizie per lo sviluppo della muffa nobile.
La varietà ampelografia è notevole, con oltre 40 vitigni registrati. Tra i bianchi troviamo malvasia, petit arvine, humagne blanche, moscato, johannisberg (sylvaner), hermitage (marsanne), amigne, heida (o paien) e soprattutto lo chasselas, che dà il vino bianco forse più noto e rappresentativo del Vallese: il Fendant. Tra i rossi si segnalano cornalin (o humagne rouge), gamay e pinot nero. Gli ultimi due vengono vinificati in purezza o assemblati nella Dôle, tipica e diffusa denominazione vallesana, con eventuale saldo non superiore al 15% di altre uve ammesse.
Il Domaine de Beudon si estende su circa 6 ha suddivisi in diverse parcelle, tutte abbastanza vicine ma non adiacenti a causa dei notevoli dislivelli: tre a fondovalle sono piantate a frutteto, orto e giardino aromatico; altre due, vitate, sono complanari alla stazione di valle della funicolare privata; più in alto, tra i 740 e gli 890 metri di altitudine, si trova l’insediamento storico – le prime tracce di colonizzazione in loco risalgono al I Sec. a.C. – con 6 ha di vigneto e alberete. Alla peculiare, composita situazione pedoclimatica fa riscontro un patrimonio floro-faunistico di grande interesse. Proprio il desiderio di conservare la diversità e vitalità del luogo ha spinto i Granges verso la biodinamica, con esiti che loro stessi definiscono entusiasmanti. Sempre secondo la definizione dei produttori, la scelta del metodo colturale insieme alle rese basse rese, ai lieviti indigeni e all’astensione da filtrazioni e chiarifiche integrano «…l’intima qualità, ampia e profonda…» dei vini e la loro serbevolezza.
La storia dei Granges viticoltori inizia nel 1971 allorché Jacques, allora giovane diplomato in agronomia, scopre il Domaine de Beudon e, nonostante lo stato di semi-abbandono dell’azienda, cade vittima del fatidico coup de foudre e l’acquista. Il ripristino e l’avvio della produzione procedono parallelamente e forniscono a Jacques esperienze e materiali per la tesi di dottorato e la successiva carriera di ricercatore presso l’Ente di Ricerca per le Attività Agricole di Changins. In quegli anni matura anche la decisione di stabilirsi a Beudon per – citando gli stessi produttori - «dar vita a unanuova famiglia, darne di nuova a questo piccolo paradiso». Con la messa a dimora di nuovi vitigni si arriva, attraverso quarant’anni di attività, a una palette di oltre 30 vini, dai bianchi e rossi più tipici, fino a rari vini dolci e varietà pressoché sconosciute (ad esempio il chambourcin impiantato di recente nella parcella Les Ephèdres, con pendenze da volo ascensionale).
In un periodo di artate polemiche su crismi e titoli di naturalità, la produzione del Domaine de Beudon assurge senza volerlo a un ruolo esemplare: vini, innanzitutto, di una bontà inappuntabile, talvolta eccellenti; decenni di preparazione tecnica e di osservazione empirica, infine scelta della biodinamica come strumento ritenuto più idoneo a ottenerli così buoni. E sulla bontà, fortunatamente,non c’è spazio per polemiche. I vini degustati sono descritti nel seguito: se il novero è sufficiente a rappresentare il livello qualitativo della produzione aziendale, si rivela poco rispondente alla sua varietà.
Fendant 2007 (chasselas). Se il nome allude a un fendente è consequentia rerum, nonostante la progressione meno sferzante che in certe annate precedenti (quelle dalla 2002 alla 2004, ad esempio).Si tratta, peraltro, di un vino dal potenziale evolutivo ragguardevole e che spesso, lungi dallo smussarla, acumina nei primi anni in vetro il suo sprone acido. Naso di grande intensità, che suggeriscefreschezza con ricordi immediati di pompelmo, mandarino, frutta esotica e ribes bianco, quindi fiori di tiglio, miele e pepe bianco. Al sorso ripresenta la freschezza agrumata, quindi una mineralità battente a punteggiare la bocca per tutta la durata dell’assaggio; si aggiunge il largo dei ricordi articolati di scorza di cedro, kumquat, albicocca, citronella, tè al gelsomino, ghiaia e un ricco assortimento di miele – millefiori, acacia, erica – ampliati dalla dosata sensazione calorica. Chiusura perfetta, su un leggero e tonico sfondo amarognolo (chinotto) con sensazioni minerali in crescendo, mielate e fruttate in diminuendo.
Riesling X Sylvaner 2004. Profondo e stratificato. Colpisce la dinamica olfattiva che alterna circolarmente i piani e li sfalsa: ora si orienta deciso a un ricco ventaglio floreale screziato di noce moscata, ora a limone, pompelmo, uva spina, albicocca, mela golden, mirabella, quindi a mandorla, pepe bianco, erica, acqua salmastra. Al sorso ricorda il Fendant per lo sviluppo, in particolare per l’infusionedelle tenui note dolci (miele, frutta matura) e floreali (acacia) sul cristallino supporto acido e minerale, croccante di frutto nella sua eco gustativa. La dinamica ne rivela il corpo e la tessitura setosa, rotonda, elevata in una tensione senza pause. Lungo e persistente, su note di nuovo fruttate e minerali che ricordano il seltz.
Petit Arvine 2010. Freschezza pungente all’olfatto, esaltata da un soffio di volatile e dalla sfumatura vinilica, quindi erompono fiori bianchi, miele e agrumi maturi, definiti e intensi, quindi note tenui di salagione, rosmarino, acqua di mare. Fase gustativa contraddistinta dalla familiare traccia minerale, salata e cristallina, acuita dall’acidità e ben integrata nella dinamica alle più morbide note di ritorno (pesca e mandarino maturi, sambuco, una punta di spezia dolce).
Gamay 2008. Le fragranze succose di frutta rossa fresca (fragolina di bosco, fragola, lampone) invitano al sorso ma non esauriscono il profilo olfattivo che richiede più attenzione per rivelare il suo saldo non ostentativo: carbone spento, chiodo di garofano, liquirizia dolce, cannella e pepe. Il presentito piacere della beva è confermato: in bocca il vino procede con grande slancio, mantiene tensione per tutto lo sviluppo, svolgendo la sua dote fruttata e speziata (ginepro, pepe), tannini minuti e presenti, notevole estratto e nitida persistenza sulle note più distintive (frutta rossa e spezie).
Dôle 2010 (pinot nero, gamay). Si tratta, come sopra accennato, dell’appellation vallesana più importante per i rossi, uvaggio di pinot nero e gamay con prevalenza del primo, saldo non superiore al 15% di altre uve ammesse (syrah, humagne rouge, cornalin e altre). Curiosamente, la Dôle esiste come denominazione anche per vinificazioni in bianco degli stessi vitigni. All’olfatto denota il connubio omogeneo tra personalità, profondità e bouquet del pinot nero da un lato, robustezza e rotondità di frutto dall’altro. Freschezza e succulenza immediate di ciliegia e fragola, alla distanza maggiore articolazione, con note terrose, di fogliame e d’erbe aromatiche. In bocca spiccano trama ed eleganza dei tannini, forti ma non fresanti, severi e gustosi. L’acidità disvela accenti fruttati e si fonde ai ricordi di marasca e ribes rosso, quindi verbena e cannella. Persistenza lunga su pepe nero e noce moscata. Macerazione sulle bucce di 2-3 settimane.
Constellation 2007 (pinot nero, gamay, diolinoir). Naso invitante di fragola, mora di rovo, sottobosco, fuliggine e ardesia, animato sullo sfondo dal salente acido e da un soffio salmastro. Bocca: tesa, nervosa, la materia è ben distribuita, “affusolata” nello sviluppo, decisamente verticale. Lampone, fragola, susina matura, note leggere di resina, alloro e un cenno amaricante nel finale, tuttocomunque ben integrato. Tannini di grana piccola e appagante effetto al palato, tersi e ficcanti.
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